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Che per fare bene personal branding ci voglia umiltà lo avrai sentito dire mille volte.

D’altronde il personal branding è quella strategia, ma anche quell’approccio alla comunicazione, che mette al centro delle proprie attenzioni il cliente finale, cercando prima di tutto di rispondere con i contenuti ai suoi bisogni e problemi e mettendo i propri bisogni e problemi in secondo piano, evitando di risultare autoreferenziali.

Si tratta di ascoltare prima ancora di dire, di aprire la propria mente ed il proprio cuore (e non è una smanceria: lo dice il neuromarketing che anche il cuore, o meglio il sistema limbico, ha un ruolo fondamentale in quanto “sede delle emozioni umane”).

Si tratta di porsi con gli altri, a meno di non avere prove inconfutabili, senza pretendere d’essere detentori della verità, conoscendo e praticando bene la differenza tra fatti ed opinioni. Ed è questo che succede, o dovrebbe succedere, quando si fa personal branding in modo umile.

L’umiltà è utile se ricambiata

Tuttavia c’è una cosa importante che spesso passa in secondo piano che andrebbe ricordata: che perché “la mission del personal branding” si compia non basta che solo chi fa personal branding si ponga con umiltà nell’atto di aiutare ma occorre che anche la controparte mostri umiltà. Altrimenti difficilmente la magia del personal branding (che non a caso viene spesso rappresentato come l’intersezione tra i due mondi) può realizzarsi.

Mi riferisco alla decisione di “farsi aiutare”.

D’altronde non si può aiutare davvero qualcuno se questo qualcuno non vuole accogliere davvero l’aiuto, riconoscendo che perché l’aiuto possa servire dovrà “fare spazio al nuovo”. E per fare spazio al nuovo dovrà necessariamente essere umile ricoscendo la necessità di migliorarsi.

Quello dell’umiltà di chi chiede che può essere sintetizzato nella famosa frase “aiutami ad aiutarti” è un tema che si approfondisce raramente probabilmente perché si prende per scontato. Eppure è importantissimo!

Ma non è scontato per niente perché, non so te, ma io di umiltà in giro ne vedo davvero poca. Basti pensare ai “tuttologi” di cui il web è pieno: individui che credono di saper fare tutto, che accentrano, che vendono al miglior offerente e come fossero banane “siti web fatti con lo stampino” o “finte campagne di web marketing”.

E che per forza di cose – per la complessità del mondo – non possono che dare un pessimo servizio.

Un caso di umiltà da prendere a modello

Per fortuna le eccezioni esistono ed in questo articolo voglio raccontartene una che, secondo me, è molto rappresentativa e per questo può insegnare molto sul come fare personal branding (e non solo).

Mesi fa mi ha contattato una collega, anche lei skillata in marketing e comunicazione e con un’esperienza importante. Il suo focus è il project management, in pratica si occupa di gestione e realizzazione, attraverso il coordinamento di team, di progetti digital quali siti web, app e campagne adv.

La collega di cui parlo è Pamela Del Moro, digital project manager da molti anni, di origini sarde e di base tra Roma e Malta.

Ciò che mi ha colpito molto da subito di Pamela è stato il fatto che pur avendo indubbie qualità e competenze, abbia scelto di farsi aiutare nel definire la sua strategia di personal branding guidata da un consulente esterno.

Che questo consulente sia il sottoscritto mi ha onorato, ovviamente, anche se è solo un dettaglio.

Ciò che invece penso conti di più è invece che questo è proprio un caso raro, ma a mio parere virtuosissimo, di applicazione proprio di quel principio di cui parlavo.

Di quel “farsi aiutare da uno specialista”, nel caso di Pamela pur avendo buona parte delle skill per poter fare comunque un buon lavoro.

Un approccio umilissimo alla professione che è necessario perché il famoso “ti aiuto io” possa realizzarsi.

Ti racconto com’è andata

In pratica è iniziata una collaborazione tra me e Pamela in cui nel corso di alcuni mesi l’ho aiutata a compiere il suo obiettivo: lanciare il suo personal branding ed in modo coerente alla sua identità ed in funzione del suo pubblico.

Dopo una serie di consulenze, specialmente le prime 2 fondamentali in cui ascoltandola ho compreso i suoi punti di forza e debolezza sia con i classici SWOT, sia attraverso analisi archetipale, sono riuscito ad aiutarla a far emergere “il suo perché” a cui è seguito il suo cosa ed il suo come: caratteristiche fondamentali da valorizzare, in questo perfetto ordine, secondo il famoso “cerchio d’oro” di Simon Sinek.

Alla fine ne è nato uno stile comunicativo ben preciso, da applicare ovviamente nel piano editoriale, ed una promessa espressa in un claim. E poi, ciliegina sulla torta, un logo che contribuisse a rendere riconiscibile e memorabile il suo personal branding insieme ad un’immagine coordinata (foto inclusa!) da usare sui social.

Di questo percorso in cui l’ho guidata sembrerebbe “benino” (puoi leggere la sua recensione sul mio Linkedin) ne abbiamo fatto un video che è un’intervista/chiacchierata lanciata per il mio format Imprenditore Vero che sia sul sito del progetto formativo e divulgativo.

L’intervista per tua comodità la trovi  “embeddata” qui sotto. Buona visione!

Certo, dura un po’, ma se sei un imprenditore, professionista, artigiano, commerciante o una partita iva (ma anche azienda più strutturata) ti consiglio di vederla.

Perchè vedere l’intervista?

Perchè, come ho spiegato, prima di tutto definisce molto bene quanto sia importante fondare un personal branding su umiltà e cooperazione consentendo anche di acquisire e comprendere il grande lavoro che c’è dietro un brand di tipo personale.

Cooperazione perché il lancio di un personal branding efficace non può essere fatto da soli (a meno, forse, di essere un personal brander). Un buon personal branding invece deve per forza nascere dall’ascolto, dall’analisi e dal confronto di due o più soggetti. Meglio ancora analizzando l’ascolto del proprio pubblico.

È per questo che esiste la mia professione (che guida un questo percorso). Ma è anche questo il motivo per cui perché il gioco funzioni occorre volersi far aiutare davvero.

Inoltre consiglio di vedere l’intervista perché, e scusate la sviolinata ma la capacità enorme di starmi dietro se la merita davvero, viene fuori la personalità e le skill di Pamela Del Moro: una professionista “a tutto tondo” che ha dimostrato con il gesto di farsi aiutare non solo di riconoscermi ed apprezzare uno specialista, ma che con il gesto inatteso di farlo sapere sul suo sito e sui suoi canali ha dimostrato che l’umiltà può diventare anche generosità, compiendo il passo successivo di dare vita ad un win-win in cui potenzialmente vincono tutti.

Almeno ci proviamo! Vuoi provarci anche tu?

Mi auguro che questo articolo ed intervista possano ispirarti a fare personal branding in modo altrettanto umile, etico e professionale.

Mi auguro che ti portino a decidere di farti aiutare lasciando perdere la modalità “faccio tutto da solo così risparmio pure”. Magari partendo ora stesso da un messaggio, che puoi lasciarmi su questa pagina, in cui mi scrivi cosa ne pensi!

A proposito invece di Pamela ti lascio qui il suo nuovo sito e blog, lo strumento principale con cui sta già veicolando il suo nuovo personal branding.

Inoltre mi auguro che articolo ed intervista possano insegnarti qualcosa in più non solo sulla mia professione di personal brander ma anche su quella forse ancora più “complessa” (e per questo etichettabile come “chi fa siti web”) che è quella del digital project manager.

(Foto: Pexels)

Leo Cascio

Leo Cascio

Sono brand builder, creator, consulente, formatore e divulgatore di web marketing. Autore del libro "Personal Branding sui Social" (link Amazon).
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