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Se come me hai più di 40 anni sicuramente ricorderai lo spot di un profumo da uomo che girava in TV negli anni ’80.

In questo spot si vedeva una mano di donna dalle unghia smaltate di rosso accarezzare in modo provocante un giovane signore senza mostrarne il viso, mentre una voce fuori campo recitava il nome del profumo (che tra l’altro curiosamente ricalca quello di un famosissimo imprenditore di origini sudafricane!) seguito dalla frase “…per l’uomo che non deve chiedere mai!”.

Eccolo qui, immancabilmente ritrovato su quella “macchina del tempo” che è Youtube:

Link diretto: https://www.youtube.com/watch?v=2FB8ElPrg20d

 

Quella pubblicità parecchio “cringe” in pratica suggeriva che le donne avrebbero fatto la fila pur di stare con un uomo che si fosse spruzzato addosso quel profumo. E soprattutto che questo non avrebbe dovuto mai chiedere nulla, avrebbe potuto “tirarsela” bellamente, perchè le donne avrebbero fatto la fila pur di uscire con lui.

A parte il messaggio squallido e stereotipato che dipingeva la donna sottomessa all’uomo (a ricalcare d’altronde la mentalità di quegli anni), quello spot raccontava l’immagine di un “superuomo alla Nietzsche”, un individuo che con tutti, e non solo con le donne, poteva raggiungere il “successo” mostrandosi fatto di sole certezze e di zero dubbi.

Quella pubblicità esaltava un modello d’uomo talmente sicuro di sé da abolire le domande, come se fare domande, e quindi ascoltare, fosse indice di debolezza, addirittura una sorta di anticamera del fallimento.

Fai come Platone

Oggi per fortuna molti uomini hanno capito che il consenso sociale (e non solo quello romantico/sessuale) non è solo prerogativa del macho sicuro di sé ma dell’uomo alla Platone: un uomo che “sa di non sapere” e che lo ammette candidamente facendo domande e mettendosi in ascolto.

Un uomo cioè che ha il coraggio, perchè di questo parliamo (del coraggio di accantonare uno stupido orgoglio), di chiedere agli altri le tante cose che non sa.

C’è da dire che allora (e non parlo dei tempi di Platone ma di appena 30 anni fa) a parziale discolpa degli “uomini che non chiedono mai”, non era semplice fare domande per risolvere i proprio dubbi, specie se specifici. A chi farle? Dove? Al massimo si finiva per chiedere a parenti e amici stretti che, non essendo del settore, davano risposte totalmente sbagliate, portando per aggravare il dubbio.

Ma oggi non ci sono più scuse: ci sono i motori di ricerca ed i social, i luoghi perfetti dove porre domande.

Nel primo caso sarà la A.I. di Google a fornire le risposte più sensate, nel secondo la propria rete di contatti. Certo, facendo molta attenzione perchè ad una domanda non sempre corrisponde una risposta esatta. E se questo può accadere persino su Google, suoi social frequentati da ancora più “cuggggini” il rischio è ancor più alto.

Tuttavia non è questo il punto.

Il punto è che, sul web o meno, fare domande è importante ed utile.

Fare domande non è un gesto sbagliato di cui vergognarsi ma che “abbassa la guardia” cioè denota implicitamente umiltà. E così facilita la creazione di empatia tra le persone.

Inoltre visto che sociologicamente parlando le persone vogliono attenzione e consenso (è un fatto istintivo che fa parte della natura sociale umana), dà loro un’occasione fantastica per farsi notare (attenzione) e, in base alla qualità della loro risposta, ottenere un proporzionale consenso.

Fare domande non a caso è il “consiglio perfetto” (ed anche il più facile da attuare) dei social media manager ai loro allievi e clienti perchè stimola l’engagement.

Specie se le domande sono aperte, cioè se invece di rispondere con un freddo sì o no danno modo di esprimersi con frasi elaborate, sono meglio ancora perchè consentono alle persone di rivelare non solo quel che sanno o fanno, ma anche chi sono. E così le aiutano a costruire una relazione reciproca, anche di gruppo, più umana.

Riepilogando

Esattamente, e qui faccio anche un riassuntino di quello che ho scritto prima, fare domande sui social funziona tre volte:

  1. in termini risolutivi: quando faccio una domanda, o pubblico un post dove alla fine faccio una domanda, spesso riesco a trovare risposta al mio dubbio, risolvendo un problema;
  2. in termini sociali: di solito le persone della mia cerchia partecipano più di frequente e volentieri alla conversazione, insomma apprezzano a vantaggio anche del mio personal branding “sociale”;
  3. in termini algoritmici: gli algoritmi dei social tendono ad aumentare la reach organica di quei contenuti che vengono non solo fruiti ma soprattutto commentati, e così vengono visti (e potenzialmente commentati) da più persone anche fuori dalla cerchia personale, migliorando i miei “numeri”.

Insomma fare domande per chi fa dei social uno strumento di business sono anche una vera e propria tattica di marketing.

Certo, non sempre tutte le domande ottengono risposta: personalmente mi capita che vengano ignorate quando sono messe alla fine dei post più lunghi.

Eppure anche questo genere di domande sono importanti perchè fungono da “call to action” (chiamata all’azione). Ma non tutti hanno il tempo e la pazienza di leggere un lungo post fino in fondo (e se lo fanno a mio parere è già una gran cosa di cui ringraziarli!), perciò non si può neanche pretendere che rispondano anche.

Tuttavia credo che anche queste domande siano utili perchè anche se il lettore non risponde, può farlo comunque per conto suo, dentro di sé, inconsciamente.

Le domande possono essere infatti anche retoriche, possono essere cioè fatte non tanto per ottenere una risposta ma quanto per fare riflettere su determinati temi e magari anche inspirare pensieri o azioni positive.

Conclusioni

Potevo mai concludere un articolo sull’importanza delle domande senza almeno una domanda?

E allora te la faccio sperando che tu voglia darmi il tuo punto di vista o, se ne hai le competenze, ulteriori informazioni che possano suffragare (spero) quando scritto in questo articolo.

Che ne pensi del “potere delle domande” nella nostra vita, nel nostro lavoro e sui social?

Le usi anche tu? Che genere di domande fai solitamente? 

Ad esempio preferisci le domande che risolvano dei problemi razionali o domande che ti ispirino o rincuorino facendoti sentire emozionalmente vicino alla tua cerchia?

Ritieniti libero o libera, ovviamente, di rispondere. E se deciderai di non farlo, o di farlo per conto tuo, ovviamente va bene lo stesso.


Leo Cascio

Leo Cascio

Sono brand builder, creator, consulente, formatore e divulgatore di web marketing. Autore del libro "Personal Branding sui Social" (link Amazon).
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