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Ieri sera uno youtuber poco conosciuto ha commentato il mio commento ad un suo video. Tutto normale se non fosse che l’ha fatto dopo ben 7 anni (sì, hai capito bene!). Un periodo lunghissimo soprattutto se confrontato con “i tempi” mediamente veloci del web.

Infatti ho fatto fatica ad inquadrare la situazione: dopo aver cliccato il pulsantone nella mail di Youtube che mi invitata a replicare nuovamente e finito sulla pagina del video (di cui non ricordavo assolutamente nulla), ho riletto quel mio vecchio commento cercando di ricostruire la questione. Tuttavia essendo il commento, com’è ovvio, molto “contestualizzato al video” non c’ho capito niente, rendendomi subito conto che per (ri)comprendere la questione avrei dovuto (ri)vedere l’intero video che, tra l’altro, non era neanche breve.

Allora ho fatto questa scelta: ho semplicemente lasciato perdere.

Problema risolto? In realtà per me il problema non c’è stato, per la controparte però sì. Infatti anche se per me la questione è stata di importanza pressoché nulla, il tutto mi è parso come un passaggio di Pirlo a Germania 2006: un assist perfetto per riflettere, e farci questo articolo, su due temi legati soprattutto all’uso dei social che non sono banali:

  1. Il tempo entro cui rispondere.
  2. Il “dire sempre l’ultima parola”.

Il tempo entro cui rispondere

Il primo tema non è banale perchè ricevere una risposta con forte ritardo (e non sto parlando per forza di anni, per fare pessime figure potrebbero bastare settimane o addirittura giorni) potrebbe rivelarsi un’esperienza fastidiosa che, di contro, può danneggiare il brand (o in questo caso il personal brand) del “ritardatario”. Chi la subisce penserà infatti di aver ricevuto scarsa attenzione e poca cura, con conseguente effetto “scarsa empatia” ed allontanamento del soggetto.

Cosa che infatti, puntuale come il pendolino tra Kyoto e Tokyo, nel mio caso è avvenuto. Poi mettiamoci pure l’abitudine alla velocità, e la soglia dell’attenzione sempre più bassa, è presto detto quanto essere veloci sia importante (ma attenzione: come dice spesso Rudy Bandiera, bisogna essere disponibili, non sempre a disposizione, eh?).

Spiego meglio il discorso “empatia”: il mio stato d’animo, un po’ tra il contrariato ed il “cazzmenefott’ammè” (cit. Sen. Razzi) mi ha fatto pensare che se avessi messo il like al video o mi fossi iscritto a quel canale probabilmente lo avrei tolto e mi sarei anche cancellato. Ma non per “ripicca”, eh? Proprio perchè quel modo di fare mi ha fatto sentire “distante”. 

Il “dire sempre l’ultima parola”

Ma anche il secondo tema non è affatto banale: d’altronde parliamo di una brutta abitudine, diffusissima nelle discussioni sui social, ed a cui in passato sono incappato anch’io, che è spesso dettata dalla foga dello scrivere così come dell’aprire bocca.

Nei casi più gravi la causa di questo effetto è l’orgoglio che porta certe persone (molte?) a voler “dire sempre l’ultima parola”. L’orgoglio, coincidente spesso con una scarsa umiltà, è legato spesso dall’incapacità di fondo di comunicare relazionandosi, non vedendo ciò che la comunicazione in effetti è (soprattutto come ascolto) ma soprattutto (ed a volte addirittura soltanto) come affermazione della propria identità.

Parere del saggio: una via di mezzo tra “comunicare pretendendo di avere sempre ragione”, in cui sostanzialmente si spacciano le opinioni come fatti o, peggio ancora, come verità assolute e, all’opposto, comunicare in modo anonimo ed impersonale, spesso con fin troppa umiltà quasi ad annullarsi, con l’effetto di non esprimere mai le proprie opinioni, probabilmente sarebbe la scelta più equilibrata.

In ogni caso lasciare agli altri l’ultima parola non dovrebbe mai essere un problema, ed invece per alcuni, stando alla storia un po’ surreale che mi è capitata, lo è al punto da rispondere ad un commento addirittura dopo 7 anni.

Mah… sarà stato in Tibet ed il wifi non prendeva, evidentemente… hiihihi!

Cosa avrei fatto. E tu?

Ad ogni modo mi sono chiesto come sarebbe stato meglio comportarsi in quel frangente, mettendomi nei panni dell’autore di quel video…

Penso che volendo rispondere entro un tempo non più “ragionevole” ad un commento sui social (significato, secondo me, di “ragionevole”: un periodo non oltre il quale il rischio di dimenticare l’argomento non è più basso), credo che mi sarei comportato in questo modo (attenzione, non insieme, ma in uno o nell’altro modo a seconda delle circostanze):

  • Non avrei risposto affatto, e pazienza per il commento “sgradito” senza replica. In effetti è quello che ho fatto lasciando allo youtuber l’ultima risposta. In effetti lasciar perdere l’orgoglio andrebbe fatto spesso, non solo in caso di commenti tardivi che costringono a riguardare tutto perchè non si ricorda più niente, ma proprio in generale. Insomma se un commento ci infastidisce lasciamo allo scrivente il “privilegio dell’ultimo commento”. Lasciamogli pure credere, se dovesse pensarlo, di avere ragione solo perchè è stato l’ultimo a scrivere o parlare.
  • Mi sarei scusato per la lunga assenza. Trovo che esordire con poche righe in cui ci si dimostra dispiaciuti per aver risposto con tanto ritardo possa fare enorme differenza e limitare la distruzione dell’empatia. E poi, prima della risposta, avrei tentato una soluzione: un sintetico ma completo riassunto del contenuto del post o del video. Se non è possibile farlo perchè l’argomento è troppo complesso (spesso è così), avrei lasciato perdere.

E tu, che ne pensi? Come ti saresti comportato? Avresti risposto? E se sì, come?

Sono curiosissimo di confrontarmi con te su questi temi. Con la promessa di non risponderti in tempi biblici ed evitando, e ci proverò sempre con tutte le forze anche non dovessi essere d’accordo, di dire per forza l’ultima parola.


Leo Cascio

Leo Cascio

Sono brand builder, creator, consulente, formatore e divulgatore di web marketing. Autore del libro "Personal Branding sui Social" (link Amazon).
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