Branding da Marsala a Milano: relazioni, opportunità e AI (riflessione sul “Lumbard Tour”)

Per quasi tutto novembre ho fatto il “Lumbard Tour”: praticamente il giro di Milano e dintorni… col nome figo. Sono tornato giusto l’altro ieri! Beh, una gran bella esperienza, sai?

Se vuoi puoi “esplorarla” sul mio Linkedin partendo dal programma (peraltro incompleto, di fatto sono stato a più eventi di quelli elencati). Oppure sbirciarla attraverso questi nove post fotografici:

Ma perché questo lungo tour?

Beh, perché sono stato a casuccia, quella piccolina, e l’ho usata “strategicamente”.

Già, perché se non hai ancora fatto caso alla sezione contatti… “sapevatelo”: nella città di Manzoni ho un bilocale a circa 7 minuti a piedi dalla fermata della metro di Cimiano (la verde M2!). Un angolino, con tanto di “ringhiera”, che normalmente affitto ma che ogni tanto amo vivere e usare come “ufficio aggiunto” (quello principale è a Marsala, in Sicilia, dove vivo e lavoro la maggior parte del tempo). Di solito per periodi brevi. Invece questa volta ho voluto starci tanto – e usarla come base per girare a Milano e nel suo hinterland – per una serie di ragioni.

Ti risparmio la ragione “selezione del prossimo inquilino”. Qui voglio parlarti del motivo più importante e in focus col mio blog che mi ha portato a vivere Milano da cittadino: le relazioni e il lavoro.

In pratica sono stato a Milano per viverla personalmente e professionalmente per più tempo e meglio di come abbia fatto finora per fare quello che quelli bravi chiamano “networking” ma che è semplicemente la cosa più bella e naturale del mondo: incontrare, stringere mani, guardare negli occhi e abbracciare gente. Oltre che ascoltare e parlare, chiaro.

 

Con il consulente e amico ventennale Franco Nicosia a Smau Milano 2025 (dove non tornavo da anni)

 

Ne avevo bisogno!

Il motivo è che qui in Sicilia di gente ne incontro davvero poca, vivendo una vita piuttosto isolata. Hai presente “Sette anni in Tibet”? Molto peggio. E non solo perché non sono Brad Pitt.

Ma la colpa è un po’ mia: a Marsala non sono troppo socievole perché un po’ “premunito” dall’ambiente. Ma anche perché, anche se da fuori non sembra, sono pigro e non sono obeso solo perché mia moglie mi tiene a stecchetto.

Ma il motivo vero per cui mi trovo in questa situazione è di due tipi: personale e professionale.

 

Personalmente…

Lasciando perdere la mia piccola famiglia (che per fortuna compensa quasi completamente questo disagio), qui gli amici d’infanzia, quelli con cui sono cresciuto e che già allora erano pochi (sono sempre stato un timido, lo so… oggi non sembra, ma è stato così per moltissimi anni prima di diventare quasi strafottente), non sono “disponibili” manco per uno spritz. Per dire, c’è chi ha famiglia e nel tempo libero si dedica totalmente ad essa, chi non si sa dove sia finito, chi (la maggior parte) è emigrato e manco comunica sui social. Chi è rimasto e non è in grado di fare una conversazione, dico una, su argomenti che non siano polarizzanti o banali come il calcio o “le donne” (come fossero marche d’auto… ma con l’aggiunta di battute omofobe, lasciamo stare va’).

Perciò diventa quasi impossibile per me riuscire ad alimentare “relazioni amicali” se il contesto in cui vivo – che è molto provinciale – è questo.

Ma chi vuole può vederla anche al contrario: sono io il problema, magari uno snob o un intellettuale sinistroide (in realtà sono moderato, ma potrei dare questa percezione). La colpa non è della società marsalese (o similarmente qualsiasi ambiente sociale di questo “stampo”)? Liberissimo di pensarlo, no problem. D’altronde sono uno che critica ma che ha imparato anche ad accettare le critiche. E che ha imparato che spesso la verità sta in mezzo.

 

La live da Rovato (Brescia) insieme alla couselor Dalila Bellometti; da Dalila sono stato come a casa!

 

Professionalmente…

E poi in ambito aziendale sento spesso associazioni e aziende parlare anche qui, in quest’angolo di Sicilia dove trascorro la maggior parte del tempo, dell’importanza dello stare insieme e “fare rete”.

Qualcuno dirà “meno male!”. E invece no perché molti, troppi, si riempiono la bocca di queste belle parole ma nei fatti non hanno idea di cosa significhi “fare rete”. O anche di fare branding, citando la buzz-word “brand” solo perché fa fico visto che non hanno nessuna competenza in merito.

 

Asinus in cathedra: espressione latina che indica una persona ignorante e rozza che assume (e si arroga) il ruolo di maestro – da un post di Chiara Olivucci

 

Infatti sarà un caso ma sempre qui, in quest’angolo di Sicilia occidentale tanto bello e luminoso in estate ma parecchio meno nelle altre stagioni, quasi ogni forma di collaborazione, ma anche di socializzazione, a cui ho finora partecipato è andata puntualmente “in mona” come dicono a Treviso. Al netto dei pochi clienti fidati che ho ancora da queste parti così come quelli sparsi un po’ in tutta Italia e che mi tengo stretti, per me la maggioranza per me sono soggetti troppo poco adatti per fare rete. Anche perché fare rete, nella mia concezione, dovrebbe essere un valore altruistico fuori dalle logiche di potere e controllo che invece, purtroppo, vedo puntualmente perpetuarsi.

Ma certo, anche qui non escludo che sia colpa mia, che dipenda dalla mia incapacità di “vivere davvero” questo territorio. Per dire, accettandone i difetti passivamente e senza fiatare. Omologandomi per quieto vivere. Ho probabilmente il terribile difetto di non riuscirci, che volete farci? Chestè!

 

 

Selfone sempre con Dalila che, oltre ad accollarsi la live con me da casa sua, è stata super ospitale offrendomi un pranzo domenicale ECCEZIONALE. A proposito, complimenti alla figlia-chef Magda!

 

I problemi di Marsala

Però a mia discolpa tocca anche ricordare che esiste un’enorme massa di cervelli in fuga che, come me, di vivere a Marsala (e diciamo anche al Sud, fino a parlare di Italia ma lasciamo perdere) non è molto contento al punto da decidere di andarsene.

Insomma, e lo dicono le statistiche, è acclarato che non sono l’unico insoddisfatto nel vivere in questa terra. Ripeto, non dico per forza in Sicilia che probabilmente contiene anche “aree virtuose”, parlo nella mia Marsala. Una città che da ex città “ricca” (fino agli anni 90 lo era!), negli ultimi anni si è via via trasformata – e ripeto, lo dicono i numeri oltre che gli articoli di giornale benché a volte esageratamente terroristici – in una landa povera e desolata.

Certo, passi il problema del tempo libero, chi ha la fortuna di avere buoni amici non fuggiti via con cui farsi l’ape – o per essere più in linea col territorio gli “arrustiemancia” – Marsala va più che bene, ci mancherebbe. Anzi, comprendo anche chi dice che Marsala – ma dal suo punto di vista, magari ha un buon stipendio statale sicuro che a queste latitudini è probabilmente ancora sufficiente per campare dignitosamente – è un paradiso. La questione vera è un’altra…

 

A Milano ho fatto selfie bellissimi con VIP eccezionali: la mia rete LinkedIn. Qui con un altro VIP, un certo Marcello Macchia in arte Maccio Capatonda, anche se non fa parte della mia rete LinkedIn (e manco ci sta su LinkedIn!) 

 

Marsala e il lavoro autonomo

La questione vera è che a Marsala il lavoro non è che manchi! D’altronde anche in Italia, statisticamente, il tasso di disoccupazione è in ribasso.

Il punto è che, lasciando stare le statistiche poco gloriose che parlano comunque di una disoccupazione tra le più alte in Campania, in Calabria e nella mia Sicilia, chi ha un “cervello pensante” sulle spalle il lavoro se non lo trova… lo crea aprendo partita iva (anche se questo, col nero dilagante, non è proprio scontato).

Il vero nodo infatti, per i lavori intellettuali soprattutto, secondo me è COME vengono svolti questi lavori. Con quale utilità e qualità e, di riflesso, con quale riconoscimento morale ed economico.

A Marsala si riesce a lavorare nel digital (come anche in altri comparti) ottenendone un guadagno sufficiente per vivere dignitosamente? E senza ricorrere per forza allo smart working?

Non ho dati specifici a supporto o che smentiscano, dico solo – basandomi sulla mia esperienza personale – che ho forti dubbi che ci si riesca. Ma se vediamo anche alle ultime statistiche che piazzano la mia provincia ultima tra le ultime per qualità della vita e persino ultima per “tempi di pagamento delle fatture” (anche perché puoi metterci tutta la passione e la buona volontà del mondo, ma senza piccioli non se ne canta messa) non è solo un’impressione.

Ecco allora dimostrato che non si tratta solo della mia esperienza: a Marsala non viene spesso riconosciuta la qualità del lavoro. Soprattutto quello fatto bene.

Nel mio caso un lavoro nel digital che consistendo in percorsi completi di consulenza può richiedere investimenti minimi di qualche kappa. Ciò significa che farsi mandare qualche kappa in cambio del mio lavoro da un “perfetto sconosciuto” trovato online non è impossibile eh…, ma può essere molto difficile.  Diversamente che da chi invece si conosce e frequenta di persona!

 

Altri selfie “lombardi” importanti (ancora più importanti di quello con Maccio): con la graphic designer Silvia Pelucchi, con il commerciale Andrea Araudo e con il divulgatore e scrittore Massimo Canducci

 

La percezione del branding

Mettici pure – “budget minimo richiesto” a parte – che mi occupo di consulenza e formazione nel branding: temi che nel mio caso si ergono soprattutto su valori e perché. Quasi per tutti praticamente… arabo!

E infatti quando dalle mie parti parlo del mio lavoro e di come lo svolgo, molti si meravigliano e mi dicono (true story!) “non ho mai conosciuto qualcuno che lavora in questo modo!” probabilmente perché si è fermi nella convinzione assai diffusa che chi si occupa di branding faccia solo loghetti e volantini. Una robetta fattibile in pochi minuti con Canva, va’!

Il motivo di questa situazione è, secondo me, che semplicemente molti non hanno le basi culturali, probabilmente prima ancora che tecniche, per afferrare certi concetti. E in effetti quando è in gioco il concetto di fiducia, così come scopo ed etica, il discorso si complica e non tutti afferrano il “senso” del fare branding, scambiandolo per pubblicità.

Ma il branding non è solo “creare loghi e slogan” ma tutto un lavoro molto più complesso e “profondo” da fare PRIMA di tutto ciò. Il branding è prima di tutto STRATEGIA.

Insomma, non è per tutti, figuriamoci il “dal perché al brand” che porto avanti da un paio d’anni e ancora più convintamente da quando ho rilanciato il mio brand! Marsala, poi…

 

Extraterrestre, portami via! – da un pezzo di Eugenio Finardi

 

Il problema “overskilled”

E poi c’è forse un altro motivo per questo disagio: che quelli come me sono “overskilled”, troppo formati per essere utili a un “circondario local” come la provincia siciliana. E non che le piccole attività di provincia non abbiano un serio bisogno di “brand fatti bene”, anzi!

Solo che, non venendo apprezzati, finisce che questi tizi – soprattutto quelli senza un parente o un caro amico in politica – siano costretti a rivolgersi altrove per farsi valere. E campare.

In primis su internet e in secundis in aree, come per esempio appunto l’ambitissima Milano. Dove l’asticella è bella alta e dove i cugggini che fanno loghi col Word spacciandosi per esperti di branding – almeno in teoria – non hanno vita facile.

È naturale che vadano quindi dove quel riconoscimento tanto aspirato possa arrivare più facilmente. Intanto a parole (che sono importanti: la loro applicazione genera consenso, credibilità, fiducia e buona reputazione) e poi nei fatti.

 

Qui con la scrittrice Lucia Tilde Ingrosso, con la manager Laura Sabbadini e un fotogramma di un evento con Matteo Zambon

 

Per fortuna la rete apprezza. Ma Milano?

A parole quel riconoscimento dalla rete e da Milano, per quanto mi riguarda, è già arrivato: non pochi colleghi (alcuni di livello supertop!) apprezzano pubblicamente la mia divulgazione, il mio perché, il perché faccio divulgazione e il perché faccio divulgazione sul perché. E il come lo faccio! Questo mi inorgoglisce e mi spinge a proseguire.

Ma servono anche i fatti, quelli che aiutano a pagare le bollette e magari crescere.

Ecco, su questo fronte, sebbene tutto sommato non mi lamenti (i professionisti che hanno già abbracciato il metodo “Dal perché al brand” mi fanno ben sperare), la mia città “adottiva”, ma che ho anche adottato, deve darmi ancora risposte.

Ma sono fiducioso che prima o poi – dopo questo tour e i viaggi che farò anche in futuro – arrivino tali risposte.

D’altronde Milano è o non è la città italiana del design, della moda, del fashion e… del branding? Quella dove la parola “budget” non fa paura perché per prima cosa se ne comprende il significato e poi perché – sempre in teoria – c’è?

Alcuni mi hanno detto, compreso chi ci ha lavorato da brander, che le risposte potrebbe non arrivare mai. Ma io non voglio crederci perché come è giusto che sia voglio “sbatterci le corna” (ecco, non so se questa espressione sia in uso altrove che in Sicilia, ma credo che il suo significato sia molto comprensibile).

Perché voglio sperare, forse da ingenuo ma fottesega, che nella ricca Milano ci sia chi apprezza il branding che parte dal perché: quel branding che nasce dall’autenticità (quella vera!), non dai valori scritti a tavolo. Quel branding senza washing.

Ecco spiegato – spero benino anche se mi sono dilungato molto – perché ci sono rimasto per così tanto. Appunto, per mettere Milano alla prova! Ma anche per mettere alla prova me stesso di fronte a Milano.

 

Altra scorpacciata di nuovi amici e contatti a un evento sul public speaking ma anche il prezioso incontro con la già nota e “vicina di quartiere” Letizia De Rosa, virtual assistant

 

Ok, tutto bello. Ma com’è andato ‘sto tour?

È troppo presto. Ma di pancia, essendo appena rientrato, posso solo dire che girare e vedere così tanta gente (per sapere chi, o quantomeno una parte che ho taggato nei post LinkedIn che ho linkato all’inizio) è stato molto piacevole. Ritemprante. Per il corpo (ciaone, sedentarietà, almeno per un po’!) e per l’anima.

È stato bello perché ho visto per la prima volta tanti colleghi e “stakeholder” che conoscevo solo online. Trasformare contatti online in offline è sempre un’esperienza interessante che può anche deludere, ma a me, almeno nel mio Lumbard Tour, non è successo!

Ed è stato bello perché ho conosciuto un sacco di persone nuove, molte delle quali perfettamente in target col mio metodo consulenziale e formativo, il che non guasta. Proprio questo mi fa ben sperare, soprattutto perché sono stato, credo, abbastanza strategico nel frequentare luoghi dove c’era il mio target. Che poi è una regola sempre valida per qualsiasi azione di marketing: andare dove c’è il “cliente ideale”. Sempre!

L’aspetto umano è sicuramente ciò che ho apprezzato di più del mio soggiorno milanese. Conoscere le persone al di là del loro lavoro, anche le fragilità personali. Condividere le mie. Commuovermi ascoltando o raccontando alcune storie. Sentirmi a casa di chi mi ha offerto un pranzo caldo una domenica d’autunno (grazie ancora Dalila e Magda!). Sono solo una parte delle emozioni che ho vissuto e di cui non posso che essere grato.

 

Cosa non mi è piaciuto

Certamente ci sono state anche note stonate. Ad esempio non essere riuscito a incrociarmi con qualcuno a cui tenevo molto. Ma, per fortuna, ci si può rifare al prossimo giro, Milano non scappa e manco io!

Ma di vere note stonate voglio citarne solo una, ché in questo post sono stato già abbastanza lamentoso: l’AI che avanza a Milano mettendo… paura.

Ne ho parlato con alcuni colleghi che, come me, lavorano nel marketing e nella comunicazione e l’impressione avuta è che siamo davanti a una svolta epocale che, se non spazzerà via molte professioni intellettuali, di sicuro le stravolgerà. La paura è legata soprattutto all’incertezza e alla preparazione che questo cambiamento epocale richiederà e, in verità, già richiede!

Ho un personale antidoto a questa “rivoluzione”, ma non è detto che funzioni: continuare a spingere con l’umanizzazione dei brand e delle aziende, lavorare per far uscire il loro “perché”. Anche per questo ho creato il metodo “Dal perché al brand”. Perché le macchine potranno presto sostituirci in tutto tranne che in una cosa: non potranno mai avere una storia e un perché da raccontare che sia autentico!

E questo, nella percezione personale e del business, credo che faccia già e farà sempre di più una differenza enorme.

Settimana finale col botto: qui col contatto online divenuto finalmente offline Michele Laurelli, esperto AI “etico” come pochi; e poi un sacco di altri contatti freschi al Rastand Box di Famagosta!

 

La questione etica dell’AI (non solo a Milano)

E poi mi ha intristito apprendere durante un evento sull’AI a cui ho partecipato la sostanziale indifferenza con la quale, mentre venivano spiegate le funzionalità di interazione e di problem-solving di determinati sistemi di AI generativa, due giovani CEO di startup considerare molto poco l’importanza dell’etica e della privacy nell’uso di tali tecnologie.

Spiego meglio. Alla mia domanda rivolta a ciascuno di loro (che avrei voluto porre anche alla platea, ma la gestione dei tempi del Q&A è stata deludente) “sei d’accordo con l’obbligo delle aziende che fanno uso di agenti AI sui loro siti o app di dichiarare al pubblico che stanno interagendo con una intelligenza artificiale?” uno ha risposto “non lo so e comunque non mi interessa, semmai interessa a chi usa la nostra tecnologia” (facendo un po’ scarica barile della responsabilità) e l’altro ha candidamente risposto “no, non sono d’accordo”.

Mi auguro che questo dipenda dalla giovane età e non da una forma-mentis già definita se no abbiamo un serio problema di gestione e controllo delle AI.

Le AI sono utilissime ma devono essere regolamentate dai governi (e questo sta gia avvenendo) ma soprattutto devono essere auto-regolamentate dalle aziende, dagli enti e, a cascata, dalle persone che la usano.

Discorso molto complesso che non voglio approfondire perché servirebbe un post a parte ma che indica, ritornando a Milano, che qui gira tanta tecnologia di primissimo livello, ma secondo me anche tanta inconsapevolezza da parte delle aziende che provano a venderla.

Per questo credo che le aziende che presentano online i loro servizi e i loro software, così come in un incontro offline pubblico, dovrebbero concentrarsi più sulla “narrazione del perché esistono” e di come intendono cambiare, e in meglio, il mondo e meno sulle caratteristiche tecniche.

Mi auguro davvero in futuro di ascoltare aziende che operano nell’AI dedicare qualche minuto in meno al messaggio “abbiamo bisogno di soldi” e qualche minuto in più al messaggio “con l’AI possiamo far sentire le persone meglio, possiamo davvero farle sentire al centro, ed ecco come…”.

 

Con la scrittrice “in erba” (no, non quella delle decorazioni di Natale!) Ketty Zambuto, selfone bellissimo con il marketer Gianluca Giacalone e la visita a una strepitosa fiera del gaming

 

Cosa mi sono portato a casa

Concludendo, questo ultimo mese (o quasi) di networking lombardo mi ha lasciato davvero tante belle cose, sicuramente più positive che negative.

L’affetto generale di un popolo, quello del “Norde”, che non è affatto freddo come alcuni vorrebbero dire. Mi verrebbe da citare a proposito un tizio di Palermo che ho incontrato a una inaugurazione e la sua frase “da quando lavoro al Nord, nessun collega mi ha mai invitato a uscire” e la mia risposta “io è da un mese che sono qui e tutti i miei colleghi mi hanno chiesto di uscire!”. Questo a rimarcare che gli stereotipi non aiutano, bisogna concentrarsi sulle persone, sui singoli, e non temere di fare il primo passo, bisogna cambiare approccio e finirla di farsi ingabbiare dai pregiudizi nelle relazioni!

E chissà, forse dovrei io stesso smetterla di pensar male dei miei compaesani. Uscire e abbracciare le persone come ho fatto a Milano! Però a mia discolpa penso si debba considerare anche una cosa altrettanto importante: i popoli non sono MAI diversi, ma le singole persone sì, e quando i valori sono opposti, così come il background culturale, si è inconciliabili!

Ma serve anche tanto realismo: sarà il tempo a dirmi se le relazioni che ho nutrito o iniziato a Milano porteranno frutti. Ma non tanto a me (anche se non guasta, anch’io ho bisogno di soldi, tutti abbiamo bisogno di soldi!) ma alla comunità. E siccome la comunità – almeno mi piace pensare così – sono anch’io…

 

Selfie a sorpresa con la content writer (nonché speaker al mio “Tell Me Why 2025”) Giada Corneli in aiuto a uno stand di libri; troppo forte beccarla anche al Milan Games Week!

 

Che ne pensi?

In chiusura di questo lungo articolo, mi scappa la solita ma importante domanda.

Che ne pensi di questo viaggio? Di questa esperienza? Lavoratori nel branding che possono – magari per esperienza diretta – dire la propria sull’opportunità di lavorare a un branding più etico a Milano ne abbiamo?

Ne avrei ancora da raccontare ma magari ci farò un altro post quando il ricordo riaffiorerà! Intanto fammi sapere condividendo e commentando questo articolo sul tuo social preferito. Perché le relazioni autentiche nascono sempre da un confronto costruttivo. E non importa se su certi temi potresti pensarla diversamente. Ciò che importa è parlarne.

Ciao Milano, e alla prossima. E ciao a te, eroe! Grazie mille, e di cuore, per aver letto fino a qui questo lungo e a volte ridondante pippone.



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LEO CASCIO
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