La mia nuova ripartenza tra Linkedin, AI e il blog: dal perché al brand

LinkedIn, l’AI e la mia nuova ripartenza

Nel 2023 ho riscoperto LinkedIn. Mi ci ero iscritto molti anni prima, senza mai usarlo veramente. Anche perché ai tempi del suo lancio lo consideravo (ma forse lo era davvero?) poco più che un contenitore di curriculum vitae.

Oggi però è molto di più: non solo un luogo d’incontro tra candidati e recruiter, ma un social network non troppo diverso da Facebook nel funzionamento ma decisamente migliore per algoritmo, contenuti e qualità delle relazioni che si riescono a creare.

Insomma, negli ultimi anni LinkedIn per me è stata una rivelazione. E mi ha portato vantaggi concreti, anche sul piano lavorativo, al punto da spingermi a sospendere l’attività che dal 2017 avevo portato avanti con discreto successo: il blogging.

Una scelta dettata da una necessità molto pratica per chi ha una partita IVA come me: trovare nuovi clienti e fatturare.

Anche perché nel 2023 avevo notato un calo dei contatti provenienti da Google, un motivo in più per buttarmi sul social professionale, pubblicando con costanza contenuti meno ammorbanti (anche di questo?) e più veloci, brevi e incisivi. Ma soprattutto con un tone of voice – da non confondere con il trapper con le pinne neomelodiche “Tonno of Voice” – più autentico.

Su LinkedIn, ma anche qui, dai (ma giudica tu!) ci trovate il “me” che parla come mangia: senza troppe sovrastrutture professionali. Perché chi fa personal branding lo sa: un po’ di “filtro” resta sempre. Parlare con un amico al bar non è lo stesso che parlare a una platea di imprenditori in target, eh.

 

Due anni senza articoli

E così, da agosto 2023, il mio blog (che ho archiviato qui, è come il maiale: non si butta via niente!) si è riempito di ragnatele. E questo nonostante negli anni precedenti mi avesse dato parecchie soddisfazioni con i suoi quasi 450 articoli, tra cui alcuni veri e propri “magneti di nuovi contatti”.

In netto contrasto con LinkedIn dove l’approccio è diverso: sul social di Microsoft non è tanto il singolo contenuto a fare la differenza (nei blog si parla infatti di “article marketing”), ma la relazione che nasce da una serie di pubblicazioni lette e apprezzate nel tempo.

E “serie” non è certo buttato a caso: la costanza è ciò che costruisce reputazione e credibilità che a loro volta generano fiducia. Quella fiducia che alla lunga porta sempre qualcuno a dire “ma sì, restiamo vicini vicini” e, a volte, “ma sì, compriamo”.

 

AI e Google: cosa è cambiato nel frattempo

Intanto nel mondo è successo di tutto. Tralasciando gli sconvolgimenti geopolitici, mi riferisco soprattutto all’avanzata dell’intelligenza artificiale che nella sua funzione “generativa” si è rivelata insieme alleata ma anche, per certi versi, nemica: utile alla professione, ma capace anche di minare la qualità del lavoro fatto con professionalità e umanità.

Il suo impatto è stato enorme, e secondo gli analisti lo sarà sempre di più.

Google, già due anni fa, proprio per questo mostrava i primi segni di stravolgimento. E così oggi, con l’integrazione dei modelli linguistici direttamente nell’esperienza utente, quello stravolgimento è arrivato. La prova? Non lo chiamiamo più motore di ricerca. Ora si interroga ChatGPT e simili (nel caso di Google è Gemini a fare quel “lavoro”) che danno risposte pronte. Rubando (diciamolo!) dai contenuti online e forse – chissà – anche dai miei pipponi su marketing e comunicazione.

Risultato (che devo dire non mi fa molto pentire di essermene andato): nei siti e nei blog si entra sempre meno!

Potrei citare numeri (basterebbe un prompt su Perplexity), ma fidatevi: non sto dicendo cavolate. Almeno, non più cavolate delle AI stesse che non di rado cannano le risposte. Ed è per questo che servono ancora i siti e i blog autorevoli: per verificare le fonti.

Ad ogni modo… possiamo dire che, anche se gli esperti SEO continuano a ripetere che “la SEO non è morta”, non gode di ottima salute?

 

Anch’io sono cambiato

Ma non è cambiato solo Google: sono cambiato anch’io.

Avendo smesso di bloggare, in tutto questo tempo mi sono goduto la community di LinkedIn e per me (ma non credo di essere l’unico) si è rivelato davvero gratificante.

Perché? Perché le persone, il loro tempo e la loro attenzione, hanno un valore unico e inimitabile che nessuna AI può davvero replicare. Può fingere, ma non può relazionarsi come fa un essere umano.

Ecco perché le community sui social, soprattutto su LinkedIn, continueranno a piacere e a funzionare, e non solo per me. Perché non competono con le AI. O, per lo meno, non dovrebbero.

In questo periodo ho imparato ad apprezzare ancora di più quel valore. E forse ho imparato, finalmente, anche a stare un po’ più con gli altri, ad aprirmi anche. Diventando un po’ meno solitario e un po’ più “social” nel senso autentico del termine.

Ho imparato, anche grazie al loro buon esempio, il dono della sintesi. O, meglio, oggi riesco ad essere più sintetico di prima, anche se so che rimarrò sempre un eterno logorroico. Soprattutto su questo nuovo blog che sto pensando di rendere il “tempio” della lettura lenta… ma riflessiva.

 

Ma se lì è tutto bello, perché scrivo ancora qui?

Già, perché nonostante tutto ho scritto questo articolo, il primo dopo tutto questo tempo? E pure, anche se l’ho postato i primi di novembre, il giorno di Halloween (il 31 ottobre, la data in cui fui concepito; proprio come Harry Potter!) in un blog che, diciamolo, so già che non leggerà quasi nessuno? Era davvero necessario? Non è un po’ un atto anti-social?

La risposta è semplice: perché sì, è necessario.

E non solo per quei perditempo/eroi che mi leggeranno, quanto per me stesso. Perché la scrittura ha sempre avuto per me un potere liberatorio e terapeutico a cui non voglio (e non posso) rinunciare. Perché mi piace dare spazio ai pensieri in modo libero. E perché, sì, lo ammetto, ho un ego che si fa sentire (ma un ego buono, chi mi conosce bene lo sa).

A prescindere da chi leggerà, in barba alla regoletta markettara “devi parlare prima di tutto al pubblico!” devo e voglio scrivere anche per me, partendo da me e dal mio perché.

 

Ripartenza definitiva?

Sento insomma il bisogno di “ripartire meglio” dopo una lunga pausa. Una pausa non solo dal blogging, ma in verità anche dal mio personal branding (vedasi storiella dello scarpaio con le scarpe rotte).

Già, perché fino a ieri ero ancora “quello che crea brand” con tanto di hashtag e payoff “The Brand Maker”. Roba che non funzionava più perché non mi rappresentava più.

Perché oggi sono più “centrato” e coerente con ciò che sono, con ciò che faccio, come lo faccio e perché lo faccio. Consapevole che probabilmente piacerò a sempre meno persone, ma che a queste… piacerò ancora di più (almeno lo spero!).

Per raccontare, finalmente, il mio metodo di lavoro, finora troppo poco raccontato.

Un metodo che aiuta (sì, ho usato questo verbo, ma chest’è) professionisti e piccoli imprenditori a comunicare finalmente con una direzione chiara.

Un metodo che ho messo nel nuovo payoff “dal perché al brand”, e pure nel nuovo logo (vi piace? Quella sagoma è mio figlio Lorenzo che “fa scudo” col perché!), nel copy, nel visual del nuovo sito.

Una promessa che oggi rappresenta, in modo finalmente coerente, il mio posizionamento.

Che se fossi un fuffaguru definirei “definitivo”. E – senza offesa per Socrate e il suo “so di non sapere” – non credo che sbaglierei.

 

Banalissima CTA finale

Chiudo con la solita domanda finale (che metto in realtà perché ci tengo) a quei pochi (ma buoni) che hanno letto ‘sto pippone insopportabile: che ne pensate? Anzi, rivolgendomi alla seconda persona singolare. Che ne pensi?

Al momento niente commenti su blog. Se ti fa piacere, fammelo sapere sul mio LinkedIn.



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