Attenzione, questo è un “articolo al contrario”. Nel senso che di solito la chiamata all’azione te la propinano alla fine (anche perché quella di provare a piazzarvi qualcosa è uno dei motivi – ma si spera sempre non l’unico! – per scrivere lungaggini simili), mentre qui la trovi all’inizio.
D’altronde dovrei vergognarmene? No, francamente non mi vergogno di averlo scritto anche per invogliarti a una call gratuita e a un bel contratto col mio metodo “Dal perché al brand” (non a caso molto in linea con l’argomento trattato) approfittando magari della promo in corso.
Spero tu voglia apprezzare l’onestà intellettuale. Beh, sì, ho tanti difetti (e non lo dico per fare il falso modesto, giuro), ma almeno sono chiaro e diretto. Trasparente.
Detto ciò, se sei ancora qui a leggere questa nuova puntata del mio “LentissimoBlog” (nuovo nome anche della newsletter; a proposito, iscriviti se non ti disturba ricevere un pippone simile nella inbox appena una o due volte al mese), ci sono buone speranze che tu mi segua fino alla fine. Grazie, non è scontato! Very appreciated.
Fine premessa.
Dunque veniamo al tema dell’articolo e all’altro motivo importante per cui ho scritto questa specie di “discorso di fine anno” nelle mie intenzioni anche divulgativo e altruistico.
Come si fa a ripartire (e “ripartire” in questo periodo ci sta alla grande: chi non si ferma per almeno qualche giorno a fine dicembre?) nel 2026 col “purpose driven personal branding”? Quel personal branding “guidato” dal perché?
Questa mia riflessione prova a rispondere, scomponendola in due parti, a questa domanda. Anche se diversi indicatori e statistiche potrebbero confermare le mie conclusioni, si basa soprattutto sulla mia personale esperienza e percezione quindi prendila con le pinze e, se la pensi diversamente, sappi che ogni feedback contrario se motivato è ben accetto.
Come ripartire nel 2026 col personal branding?
L’idea che il personal branding possa servire per “rilanciarsi” poteva sembrare ovvia fino a qualche tempo fa, ma oggi non più. Il motivo?
La straordinaria fase di “stravolgimento” del lavoro che stiamo vivendo.
Uno stravolgimento dovuto in buona parte alle AI che stanno sostituendo molte attività intellettuali, inclusa la mia. Meglio precisarlo: non il professionista, almeno non ancora. Stanno sostituendo le attività del professionista, soprattutto quelle ripetitive, meccaniche, che si fondano su processi logici.
E nel mio ambiente gira anche voce – me ne sono reso conto soprattutto durante il recente Lumbard Tour – che le AI stiano togliendo lavoro anche agli strateghi. Quando più di un collega me lo ha detto nell’orecchio in un modo da far impallidire il protagonista di “L’uomo che sussurrava ai cavalli” non mi sono meravigliato visto che io stesso, nella seconda metà del 2025, ho notato un certo “calo della domanda” di analisi di marketing.
Questo dell’AI che non ruberà il lavoro ai bravi professionisti pare in effetti il classico segreto di Pulcinella.
Già, perché con capacità di analisi e sintesi dei dati ormai strabilianti, certi discorsi “difensivi” ascoltati (e detti anche dal sottoscritto) negli ultimi due anni iniziano a scricchiolare. Soprattutto quelli che sostengono che i data analyst competenti non potranno mai essere rimpiazzati.
È vero: rimpiazzarli è difficile. E probabilmente davvero nessuna AI potrà mai sostituire del tutto la capacità umana di analizzare dati in modo davvero completo ed esauriente. In modo 100% olistico. Così come una macchina, anche se finge molto bene, difficilmente potrà rivelarsi davvero “intelligente”. Perché continuerà a imitare l’intelligenza umana sempre meglio, ma non potrà mai fare tutto.
Soprattutto “cose” come empatia, ascolto, calore umano, storie credibili. Quella che definisco “l’autentica autenticità”.
Ecco quindi la risposta alla prima domanda
Il personal branding, anche nel 2026, continuerà a essere fondamentale e forse ancora più di prima.
Ma dovrà tenere conto che quello fondato solo sull’efficienza sarà sempre meno apprezzato e scelto.
Viviamo una nuova fase, quella della “AI-driven self personal branding”, in cui le persone iniziano a usare l’AI come personal brander. Se in gioco c’è solo l’efficienza, anche un brander umano non potrà mai competere in modo netto. E così molti finiranno per scegliere la consulenza di branding fatta dagli agenti AI, quantomeno meno costosa.
Anche la parte di “assistenza psico-sociologica” per comunicare, non per curare ovviamente, ChatGPT & co. stanno iniziando a farla piuttosto bene. L’ho testata io stesso: risultati non impeccabili, ma significativi. E nel giro di pochi mesi il quadro sarà ancora più chiaro.
Pertanto per me chi fa consulenza di personal branding oggi potrà affrontare il 2026 solo se saprà giocare non il gioco efficiente dell’AI, ma un altro gioco: quello imperfetto degli umani. Dove contano empatia, ascolto, vicinanza. Dove il dono rappresentato dalla presenza e dal tempo è autentico perché lo è davvero.
Un personal branding basato sui rapporti umani, dove anche i competitor restano umani e dove conta elevare la nostra umanità reale, non quella simulata.
Dove tornano in gioco il corpo, il linguaggio non verbale, la presenza fisica: vederci, guardarci negli occhi senza schermi, toccarci (non in quel senso, maialoni!), abbracciarci. Annusarci anche (e non solo in senso lato; lavatevi!).
Io la chiamo la rivincita della postura. La mia amica posturologa Mira Stijak sarà contenta di queste parole. Perché, come dice spesso, “migliorare la postura serve a migliorare la qualità della vita”. Ma anche la comunicazione.
L’esito di un mio recente sondaggio su LinkedIn che ha contribuito a maturare le idee che ho esposto in questo articolo. Con soli 26 voti non ha attendibilità assoluta, ma quel “vado a fare il falegname, va’!” è indicativo che l’AI ha rimescolato le carte, creando anche un certo disagio.
Come ripartire nel 2026 con il purpose branding?
Ed eccoci alla seconda parte della domanda. E qui la mia risposta è quasi la conseguenza della prima.
“L’autentica autenticità” è un fattore chiave dell’umanità. L’AI potrà fingere umanità sempre meglio, ma non sarà mai davvero autentica per un motivo semplice: non ha un perché, perché non ha una storia.
Ciò che ci distingue davvero dalle AI non è l’intelligenza cognitiva, ma quella emotiva: la capacità di raccontare storie, partendo dalla nostra.
Su creatività e strategia ce la giochiamo, ma vinciamo quando diamo senso a ciò che facciamo.
Il purpose nasce da lì: dalla nostra storia, da quella che prima raccontiamo a noi stessi e poi agli altri.
Ripartire nel 2026 col “purpose driven personal branding” significa quindi attivare tutte le dimensioni umane di cui ho parlato e, se serve, affidarsi a qualcuno che aiuti in questo percorso.
Non è impossibile farlo da soli, ma è molto più difficile.
Servono professionisti capaci di andare oltre test e microdati, di ascoltare davvero, di creare esperienze uniche, di generare valore attraverso le community.
Fare ciò che le AI non fanno, partendo dalla consapevolezza che non sanno fare proprio tutto.
A dicembre 2025 ho avviato una nuova rubrica dedicata al personal branding. Il focus è sempre il purpose, lo strumento è un pidieffone settimanale che prova a raccontare questo tema con un pizzico di ironia. Qui su LinkedIn il primo.
A.A.A. Cercasi consulenti di branding (davvero) “umani”
Questi professionisti esistono. E per quel che mi riguarda cerco di farne parte offrendo consulenza, formazione o organizzando incontri di networking come il già citato Lumbard Tour o eventi ibridi come “Tell Me Why“.
A proposito, posso permettermi un consiglio? Se stai cercando qualcuno che ti aiuti nel tuo personal branding, non limitarti a guardare i lavori o le skill tecniche: prova a connetterti con lui/lei empaticamente. Ma ti metto in guardia: ho visto professionisti bravissimi tecnicamente ma con l’empatia di un sasso.
E poi non tutti hanno abbastanza capacità introspettiva.
Anche un percorso di self personal branding, nonostante l’aiuto di una AI, può essere lungo, difficile e rischiare di farti perdere il “treno” dell’umanizzazione. Quindi no, non ti consiglio neanche di fare tutto in solitaria. Le AI sono utilissime, ma solo se usate da chi sa fare le domande giuste.
Ti consiglio invece, come già detto, di farti seguire da un umano. Magari non per forza il top in quanto a competenze, ma un umano… umano. Anche perché il suo “esempio” e il suo “modus”, al di là delle parole che ti dirà supportandoti, saranno il miglior insegnamento che possa offrirti. Serviranno a ispirarti. Cosa di cui i professionisti con l’empatia di un sasso (peggio ancora quelli incoerenti perché sull’empatia fanno sermoni immensi), così come le AI, sono assolutamente incapaci.
Il videoclip “Un percorso degno di te”, prodotto in collaborazione con “DueInCammino e in Kayak”. Qui per il link diretto al video YT.
Fine “discorso di fine anno”
Avrei molto altro da aggiungere a supporto dell’importanza del connettersi col proprio scopo, ma mi fermo qui per non cadere nel “bias dello strumento”. Ma anche perché sono giorni di festa questi e non voglio ammorbarti più di quanto abbia già fatto!
Chiudo quindi stoppando i miei consigli “parzialmente interessati” e non richiesti (perdonami, ma spero che ti siano utili a prescindere da come sceglierai di fare personal branding) augurandoti buone feste e un 2026 pieno di soddisfazioni.
Un 2026 in cui tu possa cogliere finalmente il tuo “perché profondo” e lasciare che ti guidi lungo il tuo percorso di personal branding.








