Quando nel 1980 Al Ries e Jack Trout nel libro “Positioning: the battle for your mind” parlarono per la prima volta di self branding ed individual branding, e successivamente nel 1997 Tom Peters coniò l’espressione “Personal Branding”, probabilmente questi autori esperti di marketing non immaginavano che qualche decennio dopo, grazie all’avvento di Internet, la “marca personale” avrebbe assunto una tale importanza.

In effetti oggi “l’attività con cui si consapevolizza e struttura il personal brand” (definizione Wikipedia) è percepita dalle aziende virtuose non più come strategia alternativa ma in modo assolutamente centrale. Una rivoluzione avvenuta grazie al web, che ha profondamente cambiato le carte in tavola aumentando drasticamente le aspettative ed il senso critico dei clienti nei confronti delle aziende, rendendoli sempre più esigenti e sensibili all’approccio umano.

Oggi è per questo se le aziende non sono più (e si punta a non farle percepire) istituzioni ma “comunità fatte di persone al servizio delle persone”. Da cui l’imperante esigenza di rinnovarne la comunicazione, oggi sempre meno ingessata e più informale, empatica, calda, umana.

Dunque il personal branding non è più una scelta ma una strategia obbligatoria per chiunque, dai freelance con partita iva alle multinazionali.

Questo lo sanno bene i grandi brand, ad esempio Amazon, il cui CEO Jeff Bezos ha sfornato la definizione forse più popolare:

“Il Personal Brand è quello che dicono di te le persone quando esci dalla stanza”.

Questa frase ci ricorda quanto la marca personale sia interconnessa con la reputazione, in grado cioè di incidere pesantemente sulle scelte d’acquisto. Basta pensare alla rilevanza data dai consumatori, e quindi dalla stessa Amazon, azienda che del cliente-centrismo ha fatto il suo successo, alle recensioni dei suoi prodotti in vendita.

Chi sceglie di acquistare (o di non farlo affatto) un articolo lo fa soprattutto perché influenzato da chi lo ha già acquistato e ne racconta l’esperienza. Questo riduce drasticamente il rischio di acquisto errato (e se a ciò aggiungiamo velocità di consegna, prezzi, politica di reso e rimborso, e numerosi altri vantaggi rispetto ai competitor eccone spiegato lo strapotere).

Dunque il personal branding come strategia di comunicazione esterna, ma non solo: anche interna.

I team di lavoro, fatti di individui esposti mediaticamente all’interno delle realtà aziendali condizionano le dinamiche di leadership, inoltre esposti pubblicamente sui social contribuiscono tantissimo alla brand awareness aziendale.

Cos’è ormai il corporate branding se non, per certi versi, la “sommatoria” di tutti i personal branding di cui l’azienda è fatta?

Dunque fare personal branding, per le aziende di ogni dimensione, non è affatto una scelta. Fare personal branding, e farlo bene, è un obbligo.


Leo Cascio

Leo Cascio

Consulente, formatore e divulgatore di web marketing, branding e personal branding, autore, co-autore e blogger, sono un siciliano innamorato di Milano, appassionato di inglese, marito e papà.