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Di recente s’è tornati a parlare del “purché se ne parli”, quel modo di comunicare il cui primo obiettivo è il numero di volte che un messaggio viene visto piuttosto che trasmetterne la qualità.

L’esempio classico è ormai “Open to Meraviglia”, campagna del Ministero del Turismo che avrebbe dovuto rilanciare l’immagine italica nel mondo con l’endorsment di una pseudo influencer col volto della Venere di Botticelli che potrebbe entrare di diritto nei migliori glossari di marketing alla voce F.d.M. (traduci l’acronimo, puoi!).

Infatti è stata criticata da quasi tutti gli addetti ai lavori (me compreso e ci tengo!) per la mancanza di una visione moderna, con l’Italia dipinta attraverso i soliti stereotipi pizza-mandolino questa volta con l’aggiunta di un bonus: una donnina cartonata e selfata priva d’espressività (leggasi: ciaone empatia!).

Sarebbe dovuta piacere ai turisti ma pare sia piaciuta solo agli Instagram bot di chi ha cercato di farla sembrare un successo: per la nostra entusiasta ministra ha generato 256M di views. Peccato in maggior parte di criticoni.

Di contro in tutt’altri ambienti (Scilvio direbbe “comunistiii!”) s’è tornati a parlare del “perché se ne parli”: un approccio diverso non solo per una vocale ma che è proprio tutto un altro mondo: stavolta la strategia mette i numeri in secondo piano preoccupandosi che il messaggio sia rilevante, che sia sociale com’è (eticamente) giusto che sia.

Anche perché funziona

Già, perché il “perché se ne parli” interpretato da migliaia di brand di successo nel mondo ha dimostrato in questi anni che una comunicazione di valore basata sulla qualità del messaggio fa anche un botto di “numeri” e vendite.

Oggi sembra che queste due “scuole di pensiero” siano alla resa dei conti, che finalmente della loro differenza se ne parli con più chiarezza nei dibattiti social.

Io credo che questa eco prima o poi farà il suo corso e chi è fermo alla vecchia 80′ style “comunicazione di prodotto” non potrà che accettare che i tempi sono cambiati e che la centralità dell’uomo, dei suoi bisogni e desideri inconsci tra cui “partecipare” e “sognare”, non è più opzione ma necessità di sopravvivenza.

Solita domanda finale: secondo te siamo ad un punto di svolta o ce ne vuole perché si capisca che il “purché se ne parli”, come il fallimento di Open To Meraviglia insegna, non genera valore ma inutile rumore e peggio ancora danni d’immagine?

Io penso, come ho anche scritto nei commenti alla versione Linkedin di questo post, che ci vuole ancora molto tempo perché le masse riconoscano l’importanza dell’approccio comunicativo e di marketing suggerito dal “perché se ne parli”, ma sono anche convinto che i dibattiti social di queste settimane stiano facendo riflettere molti e che uno spirito critico su questi importanti temi, anche se molto lentamente, si stia affermando.

Insomma credo, anche da inguaribile ottimista quale sono, che per questo prima o poi le cose cambieranno in meglio.

E tu che ne pensi?

(foto: Pexels)

Leo Cascio

Leo Cascio

Sono brand builder, creator, consulente, formatore e divulgatore di web marketing. Autore del libro "Personal Branding sui Social" (link Amazon).
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