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Ultimamente sui miei canali social e su questo blog continuo a ripetere come un mantra la frase “le parole sono importanti” e lo stesso fanno molti miei colleghi con cui sono giornalmente in contatto, molti dei quali si occupano come me di divulgazione.

Malgrado i nostri sforzi purtroppo è divenuto palese come la frase che ho citato continui ad essere vista da molte persone come uno slogan da “intellettuali radical chic” piuttosto che come una verità da prendere seriamente. Probabilmente si tratta di una conseguenza dell’azione denigratoria di chi etichetta falsamente come “liberticida” la comunicazione di tipo “political correct” (tema a cui non molto tempo fa ho dedicato questo articolo).

Per questo motivo in questo articolo, oltre a sottolineare ancora una volta e con forza che le parole sono DAVVERO importanti, voglio spiegarne meglio il perché. E non importa se per alcuni potrebbe suonare come una banalità perché di fatto non lo è.

Perché le parole sono importanti?

Le parole sono importanti perché, specialmente in questi tempi scanditi dai social che amplificano enormemente la portata e l’impatto dei nostri messaggi, se non vengono ben ponderate diventano potenzialmente “pericolose”, cioè in grado di innescare in chi le assorbe “azioni pericolose”.

D’altronde il legame tra parole ed azioni non è un’opinione.

Esistono numerosi studi che lo dimostrano: ad esempio quelli dei neuroscienziati Mark Waldman e Andrew Newberg hanno rivelato che le parole sono così potenti da riuscire persino a cambiare il nostro stesso cervello a livello molecolare, dunque in modo tangibile, ed influenzare i geni che regolano lo stesso emotivo e fisico (fonte).

Tuttavia la percezione generale, alimentata come già ricordato dai media e da certe fazioni politiche, è che non esista correlazione tra parole ed azioni, adducendo che le parole siano innocue in ogni caso perché “intangibili”.

A rendere difficile spiegare che non è così si aggiunge anche il fatto che “la conseguenza delle parole” si verifica il più delle volte a distanza di molto tempo rendendo quasi impossibile, a meno dei già citati studi, osservarne il binomio causa-effetto.

Ad esempio se supportiamo con un like, con un commento o condividiamo sui social con i nostri amici un meme che allude al fatto che “gli zingari rubano i bambini” (ne ho visto girare uno simile proprio ieri) stiamo gettando le basi perché noi, chi ci legge o ci ascolta generi o aumenti dentro di sé emozioni di paura (e, per istinto, attacco o fuga) nei confronti di una comunità minoritaria investita da secoli da pregiudizi che in realtà non trovano fondamento.

Se credi veramente a sciocchezze senza fondamento che dipingono gli zingari come “ladri di bambini nel DNA”, ti invito ad interrogare Google su questo argomento: troverai diversi articoli che fanno debunking di quella che è una vecchissima fake news (se non hai voglia e tempo di cercare leggi qui).

Le parole generano emozioni, dicevo. E le emozioni generano credenze, in questo caso purtroppo credenze false (basate su parole false) che però hanno effetti nel mondo fisico.

Tipicamente quelle che ti fanno girare dall’altra parte quando in strada ti avvicini ad uno zingaro (o a qualcuno che ci somiglia anche vagamente) mentre ti tende una mano per una monetina. Le stesse sciocchezze a cui si crede che, in casi estremi, portano non poche persone a tollerare o persino a praticare violenza contro questa comunità!

Ovviamente il caso degli zingari è uno dei tanti, ma può essere benissimo esteso a minoranze diverse su base di genere, etnia, razza, religione, ecc… che vengono in modo simile additate ingiustamente per colpa sempre di parole false e pericolose considerate innocue.

Non è vero che “le parole sono importanti”: come liberarsi da questa fake news?

Solo la corretta informazione, la consapevolezza, l’approccio scientifico (prima raccolgo prove fondate e poi mi faccio ed espongo un’idea su un argomento) ed il tempo possono far luce sulla reale importanza delle parole e sulla necessità per tutti noi di essere political correct.

In tal senso la responsabilità di divulgazione è di tutti (siamo tutti potenzialmente divulgatori), quindi anche il singolo utente della rete e cittadino potrebbe (e dovrebbe) farne tesoro nella sua comunicazione ogni giorno, su tutti i canali online e offline, sia in pubblico che in privato.

Dovrebbe farlo per rispettare le minoranze? Certo, ma non solo.

Dovrebbe farlo anche per rispettare se stesso, costruendo e mantenendo un equilibro psicofisico (gli studi di Waldman e Newberg dimostrano anche che le parole che diciamo a noi stessi sono altrettanto potenti e pericolose!), e dovrebbe farlo anche per non rischiare di rovinare la sua reputazione sul piano etico e morale.

Tuttavia che l’uomo della strada non capisca queste dinamiche, venendone purtroppo soggiogato senza accorgersene, è comprensibile. È invece meno comprensibile quando a commettere questo errore è l’ “addetto alla comunicazione”.

Questo articolo si rivolge infatti anche al mio “collega tipo”. A lui, o a lei, voglio dedicare la prossima, ultima riflessione senza puntare alcun dito contro. Infatti userò il “noi”, coerentemente con una comunicazione e convivenza con le minoranze basata sui principi della comunicazione di tipo politicamente corretta.

Un invito “professionale” all’uso ponderato delle parole

Caro collega che, anche con declinazioni diverse, si posiziona come “consulente di comunicazione”… ricordiamoci sempre che i nostri clienti imparano più dal nostro esempio che dalle nostre consulenze o lezioni di comunicazione (ma attenzione, questo non toglie nulla all’importanza delle parole che diciamo loro!).

Pertanto se non ci approcciamo con sufficiente umiltà, quindi comprendendo e correggendo per tempo i nostri errori (chi non ne commette?), faremmo meglio ad ammettere prima di tutto a noi stessi e poi agli altri di non essere in grado di operare come professionisti della comunicazione.

In tal caso siamo di fronte a un bivio: cambiare noi stessi o cambiare mestiere.

In quanto a te, caro imprenditore, fai attenzione a chi affidi la tua comunicazione personale e quella del tuo brand. Un ottimo modo per capirlo è, prima ancora di scegliere il professionista da cui farti seguire, osservarne il modo in cui comunica sui social.

Ecco, se lo vedi comunicare in modo rispettoso delle minoranze, di se stesso e, più in generale, dell’importanza delle parole, questo è un ottimo indizio che ti dice che, molto probabilmente, rispetterà anche te.


Leo Cascio

Leo Cascio

Sono brand builder, creator, consulente, formatore e divulgatore di web marketing. Autore del libro "Personal Branding sui Social" (link Amazon).
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